Disoccupazione giovanile, le ultime evidenze

È l’ISTAT a certificarlo. Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è cresciuto ancora di 1,6 punti percentuali. Il Paese ha raggiunto il triste dato totale del 23,7%. Secondo Eurostat si tratta del terzo dato più alto in Europa. A precedere l’Italia, la Spagna (con il 32,1% di giovani disoccupati) e la Grecia che fa registrare il 28,5% di disoccupazione tra le fasce di persone giovani in età lavorativa. 

Con il termine “giovani” si fa riferimento alle persone occupabili che abbiano un età compresa tra i 15 e i 24 anni. Occorre anche fare chiarezza, dal punto di vista linguistico, sulle differenze tra disoccupato e inoccupato. La persona inoccupata non ha mai lavorato e quindi è alla ricerca del suo primo lavoro. Il disoccupato ha invece perso il lavoro o lo ha lasciato, per i più svariati motivi. Altra categoria è quella degli inattivi, persone che non cercano lavoro e non pensano di avviare una ricerca nell’immediato futuro.

Fatta questa dovuta premessa, i dati Istat, già da tempo pubblici, indicano che gli inattivi sono diminuiti, mentre è aumentato il numero dei disoccupati e di coloro che invece un lavoro sono riusciti a trovarlo. 

Occupati e disoccupati fanno segnare dunque un + davanti al valore di riferimento. Nel dettaglio, ci si riferisce al mese di settembre 2022 (confrontato con il mese precedente). Se invece ci si sofferma sul terzo trimestre dell’anno (che viene posto in relazione al secondo), la situazione cambia. Il numero degli occupati scende di 22.000 unità. Il valore è conseguenza della diminuzione del numero di persone in cerca di lavoro e dell’aumento degli inattivi. 

Sono i dipendenti permanenti e le fasce d’età comprese tra i 25 e i 49 anni che fanno crescere i tassi d’occupazione. Il dato relativo corrisponde al 60,2%. Il tasso di disoccupazione totale resta al 7,9%.

Analizzare le ragioni di un fenomeno, quello della disoccupazione giovanile, per cui sono state messe a disposizioni risorse anche da parte dell’Unione Europea, gestite dalle singole regioni d’Italia, non è semplice. Osservando il problema dal punto di vista dell’istruzione e della formazione (tenendo fuori, in questa sede, le ragioni legate alla congiuntura economica e politica globale), si può notare quanto siano basse le possibilità di occupazione per un diplomato, per non citare il traguardo della laurea che in Italia continua a essere lontano per moltissime persone. Siamo tra i Paesi con meno laureati, in Europa. 

Esiste inoltre una mancanza di comunicazione tra mondo del lavoro e scuola (nonostante i tentativi degli ultimi anni, come l’alternanza scuola-lavoro, una modalità da perfezionare). C’è chiaramente un gap tra le esigenze del mercato del lavoro e la preparazione scolastica e professionale dei giovani. Spesso le aziende non riescono a trovare le figure professionali delle quali hanno bisogno per le loro attività produttive. Manca l’orientamento al lavoro e sovente è proprio la scuola (primaria e secondaria) a essere ‘sorda’ alle attitudini che i ragazzi possono manifestare durante il corso degli studi. In questo contesto risulta molto utile la rete che si sta creando tra scuola, istituzioni e centri di formazione professionale. L’integrazione della formazione nel lavoro è essenziale perché si creino figure professionali sempre più preparate. Allo stesso modo è importante che la scuola si avvicini al lavoro, cogliendo l’opportunità per modulare l’offerta formativa al meglio.

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