L’ultimo rapporto Education at a Glance 2022 a cura dell’OCSE non contiene dati esaltanti per l’Italia, sul fronte istruzione e formazione. Il nostro Paese cresce più lentamente rispetto alla media dell’area OCSE. I giovani di età compresa tra i 25 e i 34 anni in possesso di una laurea sono di meno dei coetanei che completano gli studi negli altri Paesi OCSE.
Ciò non stupisce se si considera l’ammontare delle risorse economiche destinate all’istruzione. Anche qui la differenza tra il nostro e gli altri Paesi dell’area OCSE è significativa: il 4,9% del PIL viene in media investito in attività di istruzione, educazione e formazione negli altri Paesi, mentre in Italia la percentuale scende al 3,9%. Una situazione non nuova, anzi in graduale peggioramento dal 2008 al 2019.
Una situazione ben diversa, invece, è quella che si registra in molti altri paesi, dove evidentemente l’impegno orientato al futuro è ben più definito. Anche il monte ore di insegnamento è inferiore alla media europea, con una differenza ancora più marcata quando si scende al Sud. Le disuguaglianze territoriali costituiscono una realtà ancora più drammatica, rispetto agli altri problemi. Non si riesce a garantire ai cittadini italiani un’omogenea qualità dell’istruzione, non solo la stessa quantità di tempo dedicato all’apprendimento. Il tempo pieno fa parte della regolare offerta scolastica al Nord, ma non al Sud, o perlomeno non sempre.
Inoltre, il numero dei ragazzi (nella fascia 18-24 anni) che non lavorano, non studiano e non cercano nemmeno un impiego in Italia raggiunge una percentuale (oltre il 25%) decisamente superiore alla media OCSE, che si attesta al 16%.
Da noi la laurea non è, come accade altrove, il titolo di studio più diffuso. E le cose non migliorano se si rapporta il titolo di studio alla condizione occupazionale. In Italia la laurea non è garanzia di un lavoro sicuro e ben retribuito; è tuttavia il titolo di studio che apre generalmente più porte e (nel breve o lungo periodo) premia, dal punto di vista economico e sociale.
Il report contiene dati interessantissimi anche sul personale scolastico e universitario, relativi all’età dei docenti, ma anche alla loro retribuzione. I salari sono cresciuti solo dell’1% nel nostro paese (se si considera l’arco di tempo compreso tra il 2015 e il 2021), mentre negli altri paesi europei l’incremento degli stipendi è stato pari al 6%, nello stesso arco temporale.
Il rapporto OCSE restituisce un quadro drammatico, una tendenza da invertire con nuove politiche orientate all’istruzione, all’educazione e alla formazione. Più investimenti nell’ambito scolastico significano maggiori possibilità di generare comunità più eque, più sostenibili, senza discriminazioni e situazioni di privilegio. In questo cammino può senza dubbio tornare utile creare delle reti, per una interlocuzione seria e un lavoro comune sulla necessaria rifondazione del sistema scolastico italiano.
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